venerdì 31 maggio 2013

Insularità



Inevitabile destino quello di essere isola, condannata ad essere sempre diversa dagli altri, a sentirsi per forza unica per via della propria (presunta) inviolabilità datale dal mare che protegge ogni suo angolo. La Sicilia con questo suo essere isola e solitaria in fondo ci ha sempre un po’ giocato; se l’essere isola dovrebbe essere presupposto di luogo inviolabile o, perlomeno, di difficile approdo, è difficile trovare un posto più visitato e trafficato della nostra terra.  Nonostante questo il siciliano, di nascita o di cultura, impara presto a ostentare il suo essere unico in mezzo agli altri. Più ci mischiamo e più rivendichiamo il nostro essere diversi. Questa situazione paradossale ci porta inevitabilmente a una sorta di schizofrenia in mezzo alla quale troviamo un solo modo per sopravvivere, mettendoci in posa. Recitiamo e, indossando continuamente maschere, ci illudiamo di mettere continuamente in scena la nostra originalità agli occhi degli altri. In un contesto simile la Sicilia rappresenta un paradiso terrestre per un fotografo; qui tutto è in posa, non solo le persone ma anche i paesaggi e finanche i panni stesi (come in uno degli scatti più fulminanti di questa mostra).
Attraverso le foto di Santo Consoli e Chiara Scattina entriamo dentro a questo meraviglioso paradosso dell’essenza siciliana e ritroviamo l’anima delle cose dietro le maschere  indossate da luoghi e persone (e sarebbe troppo facile scomodare Pirandello). Nel devoto che urla la sua fede o nel pescatore che sistema la sua rete non c’è soltanto la capacità del fotografo di cogliere l’attimo ma soprattutto la grande intesa che si stabilisce tra un occhio attento ai particolari e un soggetto che non aspettava altro che quell’istante per mettersi in mostra. In questa mostra sono tante le immagini emblematiche di questa condizione teatrale dell’anima siciliana. Dai busti degli uomini illustri che accompagnano eleganti e curiosi la passeggiata di due giovani ai pupi che stanno in scena abilmente mossi da quelle mani creatrici che diventano ancora più teatrali delle spade di Orlando.
Céline affermava che l’uomo è sempre, nonostante tutto, continuamente in scena, questo per la Sicilia vale ancora di più. Riuscire a vedere dietro la maschera ci può però restituire l’anima di un luogo e dei suoi abitanti. Queste foto assolvono a questa funzione e lo fanno in maniera mirabile. Dalla nostra condizione alla fine non si scappa perché chiudendo, giustamente, con le parole di Gesualdo Bufalino,  per quanto ci affanniamo a fuggire alla fine troviamo sempre il mare che ci blocca.

(Sergio Barone)